Ehi Cava, parlami di Dirk

11 Aprile 2019 - 15:30 Sara D. Roosevelt Park 

Due linee di metro da Brooklyn per raggiungere l’East Village. Questo quartiere raccoglie alcune fra le realtà newyorchesi più interessanti in materia di playground. Nonostante la giornata un po' umida e parecchio variabile, decido di avviarmi per fare un primo tour della zona. Mentre scatto alcune foto, la mia attenzione viene rapita da un ragazzino. 13 anni a occhio e croce. Lo osservo tirare da tre con alcuni coetanei, indossa la maglia numero 41 di Dallas, proprio quella di Dirk Nowitzki. Non aspettatevi un pezzo di analisi sulla carriera pazzesca di questo giocatore, qualcuno molto più competente di me ha già scritto e detto parole straordinarie per celebrarlo. Vi racconterò invece la storia di un amico, anzi un fratello che all’ala dei Mavericks deve tanto. 

Se conosco Dirk e la sua incredibile storia in NBA, è sicuramente merito suo.

Andrea o meglio Cava, è stato il mio compagno di palazzo negli anni del liceo. Intere stagioni fra le file dei distinti a supportare la nostra Virtus. Un appuntamento fisso, quello di fine agosto per rinnovare l’abbonamento. Programma standard: colazione al bar del Jack, cappuccio e pasta o crescentina della mitica Claudia, rapida lettura delle ultime news dalle testate sportive e direzione Arcoveggio. Anni splendidi, scanditi da gioie e dolori, sconfitte e vittorie. Nei viaggi da casa a palazzo, si parlava quasi sempre di basket, serie A, Virtus, Fortitudo, Eurolega e ovviamente tanto basket americano. Quando per me l’NBA erano solo Lebron e Kobe, Cava mi ha indottrinata raccontandomi aneddoti e storie dei più grandi giocatori del basket oltreoceano, fra gli altri ovviamente lui Dirk Nowitzki.

Informato e sempre sul pezzo, ogni mattina conosceva statistiche, risultati e news della notte NBA. Seguiva con forte interesse le gesta dell’ex Virtus Ginobili nelle fila di San Antonio e soprattutto il grande Dirk. Appassionato e tanto convincente da riuscire a coinvolgere anche me.

Ricordo il 2011, l’anno dell’anello, ero a Roma la notte della finale NBA. Seguivo con il telefono gli aggiornamenti, parliamo di meno di 10 anni fa, non esistevano tutte le app che abbiamo oggi. Dallas batte la Miami di Lebron, Wade, Bosh, Chalmers e Wunder Dirk vince il primo anello in NBA. Ho vissuto gli ultimi istanti di quel match con un pathos esagerato, merito di Cava ovviamente.

Nowitzki ha ricoperto un ruolo speciale nella sua adolescenza e sicuramente anche ora. Ha sempre parlato di lui con gli occhi sognanti e guai a contraddirlo, pena la sua ira funesta e credetemi non ve la consiglio. Ricordo le estati al campetto del paese, arrivava sempre con la sua bicicletta. L’outift del giorno: pantaloncini da basket e maglietta, un must anche con 40 gradi, la canotta targata Dallas era riservata solo alle grandi occasioni. 

Pochi giorni fa la notizia che tutti gli appassionati della palla a spicchi, non avrebbero mai voluto leggere: il ritiro di Nowitzki dal basket giocato. Leggo la notizia e parte spontaneo un messaggio. “Cava quante lacrime hai pianto per il ritiro di Dirk?” la risposta è immediata “lacrime copiose”. 

Credetemi, raramente ho sentito parlare qualcuno di un atleta con così tanta ammirazione e rispetto. Per lui non è stato solo un grande giocatore, ma il giocatore per eccellenza. 

Questa è stata sicuramente una bella storia fra un tifoso e il suo grande campione.

Vi auguro la fortuna di incontrare una persona talmente innamorata di uno sport, da riuscire a trascinarvi nel suo mondo.

A ognuno di voi, un Cava per amico.


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Pubblicato il
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26.04.2019

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Aggiornato il
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08.05.2019

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